(Francesca Rossini) Punto di ritrovo e prima tappa del nostro percorso è la Cascina Maséé, corte lombarda già presente sulla carta del catasto teresiano del 1722. Il nome deriva da manso,  che indicava il terreno coltivabile di proprietà del massaro. L’edificio, miracolosamente salvato dall’amministrazione Spallino (con il valido aiuto di Ottorino e Giancarlo Caspani), che ne ha impedito l’abbattimento nei primi anni ‘80, oggi ospita alcune funzioni pubbliche (uffici comunali, ambulatori medici, salone per incontri, ecc.).
Nonostante il cambio di destinazione d’uso, grazie ad un restauro attento, la funzionalità originaria del complesso è ancora ben percepibile: testimonianza di un’economia rurale sopravvissuta fino a poco più di un secolo fa, la cascina si presenta come un complesso di edifici di forma rettangolare, progettati e costruiti in maniera del tutto spontanea, seguendo i dettami delle necessità contingenti e costituiti da materiali poveri, come laterizio e pietra di provenienza locale. Gli echi di un passato lontano, di una vita scandita dal duro lavoro, dagli impegni quotidiani, sono ancora presenti e leggibili attraverso gli elementi strutturali del complesso: il cortile centrale, un tempo provvisto di fienili, pollai e stalle, la curt all’interno della quale si svolgevano tutte le attività di battitura e pulitura del grano e sulla quale si affacciavano le zone abitative, divise su due piani. L’anima delle abitazioni era un tempo situata al pianterreno e corrispondeva alla zona del focolare, cuore pulsante della casa. Al piano superiore erano invece collocate le camere da letto, non riscaldate, alle quali si accedeva tramite scale esterne. Accanto alle case delle famiglie contadine è tutt’oggi ben riconoscibile la zona padronale. Sulla facciata della dimora del fattore, caratterizzata da linee architettoniche più ricercate, sono ancora visibili resti di affreschi dalle forme ben riconoscibili. Di fronte alla casa del fattore, ormai chiuso e seminascosto dalle foglie di un piccolo arbusto, l’indispensabile pozzo dal quale le famiglie attingevano l’acqua.

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 Un percorso a ritroso di 2000 anni quello di sabato 17 maggio, un percorso affascinante  nelle gallerie che, sotto via Cesare Cantù, celano i resti della cosiddetta Porta Pretoria.
Il numeroso gruppo di Albatesi (abbiamo dovuto scaglionarci in tre sottogruppi) ha vissuto con spirito pionieristico l’avventura di conoscere una parte non visibile della storia comasca, densa di richiami ai tempi lontani in cui si andava costruendo la città che oggi chiamiamo “murata”.
Le mura,  di cui Cesare dotò  novum Comum nella convalle sapientemente bonificata dalle  preesistenti paludi, erano il primo baluardo difensivo in epoche  in cui  era facile prevedere incursioni ed attacchi ostili.
La porta che apriva (e chiudeva) l’ingresso a sud all’altezza del cardo maximus (la strada principale sull’asse nord – sud  che coincide con l’attuale via Cantù) con le sue due alte torri era davvero il primo monumentale punto di ingresso là dove poi in epoca medievale, e su un perimetro più avanzato, sarà costruita la Porta Torre.
La nostra guida, la dott.ssa Orsenigo, ci ha magistralmente accompagnato a scoprire i vari passaggi di funzione e di struttura dei resti,  che furono scoperti proprio cent’anni fa durante i lavori di costruzione dell’Istituto tecnico: emozionante scoprire i solchi nei quali venivano fatte scorrere le saracinesche di chiusura, o i buchi in cui venivano fissate le lastre di marmo, o i segni lasciati dal passaggio delle ruote dei carri nelle pietre di soglia!.
Oggi, ben valorizzati da un ottimo lavoro di restauro ed accompagnati da efficaci strumenti di comunicazione mediale, ci danno un’ulteriore prova  della ricchezza della storia della nostra Città.

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“Guardare non significa vedere” è il motto che ha caratterizzato la visita guidata serale organizzata martedì 29 aprile da Agorà e piacevolmente condotta dalla prof.ssa Franca Aiani, la quale ha accompagnato un cospicuo gruppo di albatesi (e non) alla scoperta di Piazza Roma e dintorni. E, a giudicare dai commenti e dallo stupore disegnato sui volti dei partecipanti, mai motto fu più azzeccato. Già, perché alcuni luoghi sono fisicamente celati da edifici più recenti e quindi sconosciuti ai più, altri si nascondono dietro a portoni chiusi, piccoli paradisi fruibili solo da pochi fortunati. Tuttavia ci sono anche angoli e dettagli che, pur essendo palesemente sotto i nostri occhi, restano lì, in penombra, almeno fino a quando qualcuno non li porta alla luce facendoceli notare.

Il viaggio ha inizio all’imbrunire, in quella che in fotografia viene poeticamente definita “L’Heur Bleue”, l’ora blu, ovvero quel particolare momento della giornata in cui il cielo dà spettacolo tingendosi, per pochi minuti, di un colore blu intenso. Sorvegliati dalla cupola illuminata del Duomo, scopriamo due piccoli gioielli nascosti: il primo è l’abside romanica della chiesa di San Giacomo, oggi attorniata da abitazioni e pertanto visibile solo dai cortili interni delle case; il secondo gioiello sono i giardini pensili che sovrastano la stazione ferroviaria di Como Lago, dai quali abbiamo potuto ammirare un magnifico scorcio della Cattedrale.

Data la sua ubicazione in zona portuale, Piazza Roma assume nei secoli una notevole importanza, sia dal punto di vista militare, che da quello commerciale. Ne sono testimonianza i diversi palazzi signorili osservati (Palazzo Rodari, Palazzo Odescalchi Pedraglio, Palazzo De Orchi) e il vicino Palazzetto Branda-Castiglioni. E fu così che chi scrive (chiedo scusa per la divagazione autobiografica!) scoprì di essere cresciuta in quella che, secondo le più recenti ipotesi, sarebbe stata l’abitazione niente meno che del capitano del porto.
 
Il tempo scorre in fretta ed è giunto il momento di lasciare la nostra sorniona e silenziosa Piazza Roma per dirigerci verso l’ultima cattedrale gotica costruita in Lombardia: il Duomo. I lavori della fabbrica del duomo, iniziano intorno alla fine del 1300 e saranno completati soltanto nel 1770, con il posizionamento della cupola progettata da Filippo Juvara. A lavori terminati, la Cattedrale si presenta come un imponente edificio caratterizzato da molteplici stili architettonici, armonicamente fusi e sovrapposti. Come sentinelle, tre edifici tanto lontani dal punto di vista temporale, quanto vicini geograficamente, ne sorvegliano l’abside: la medievale Torre Pantera con annesso palazzo, il neoclassico Teatro Sociale e la razionalista Casa del Fascio. Costruzioni e stili così diversi, ma perfettamente in grado di dialogare all’interno di quella che è stata definita dalla nostra guida – non a torto, aggiungerei – “la piazza delle meraviglie”.

Il Duomo, con i suoi portali tutti da leggere ed interpretare, le minuziose decorazioni e le statue magistralmente scolpite, le lapidi incastonate e recanti i segni del tempo e della storia, riecheggiano ancora nelle nostre menti mentre una leggera pioggerella ci induce ad affrettare il passo verso l’ultima meta della serata: una piccola targa datata 1673 che testimonia un’eccezionale esondazione del lago. Siete curiosi di conoscerne l’ubicazione? Vi darò un paio di indizi: è collocata in una via del centro dedicata ad un famoso generale italiano che comincia per D; nella stessa via, si affaccia un famoso cinema-teatro ormai chiuso da anni. Occhi aperti dunque e… buona caccia al tesoro!

Francesca Rossini

 

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