Gita a Padova, ovvero: “Il piacere della scoperta”

“Padova: il piacere della scoperta”. Con queste parole si è accomiatata da noi Chiara (Chiara Fasolato), la nostra bravissima guida.

Ed è stato proprio così!

Domenica 6 settembre abbiamo gustato il piacere della scoperta.

Sorvoliamo su quello che avrebbe voluto “gustare” qualcuno di noi, del genere “Oca in onto”, “risotto coi buscaroli” e, perché no? “polenta e fasoi” e che qualcun altro –molti altri- hanno materialmente “gustato” nel rinomato caffè posto nel cuore della città, giusto per rivivere lo spirito dei primi moti risorgimentali… e, appellandoci alla “vocazione prettamente culturale” di Agorà, riviviamo le nostre scoperte.

Innanzi tutto la Basilica del Santo (così a Padova S. Antonio viene chiamato: è “Il Santo” per antonomasia), gremita, come di consueto, di fedeli e di pellegrini provenienti da tutto il mondo, all’interno della quale scopriamo fra tesori di commovente bellezza, la cappella della Madonna Mora, cioè l’antica chiesetta di Santa Maria Mater Domini del XII – XIII secolo, quella in cui S. Antonio veniva a pregare. La statua della Madonna qui ospitata risale alla fine del 1300. Al di là dell’elegante abbigliamento rosso e blu turchino con decorazioni dorate, colpisce il bel volto, pieno, con le guance rosse, da sana contadina. E questa somiglianza con le loro donne non sarà sicuramente sfuggita agli antichi fedeli che, quasi sicuramente per questo motivo, le attribuiranno il familiare titolo di “Mora”.

Fuori dalla Basilica svetta il Monumento funebre del Gattamelata, opera di Donatello, la prima statua equestre di grandi dimensioni fusa dai tempi dell’Antica Roma. E’ un’opera veramente imponente, costata all’autore ben sei anni di prove (1447-53), così significativa da essere riprodotta su tutti i testi di Storia dell’Arte; questi, da parte loro, però, non spiegano che Erasmo da Narni (1370 – 1443), valente Capitano di ventura, era chiamato “Il Gattamelata”, perché era universalmente riconosciuto stratega militare astuto come una gatta e politico affabile e dolce come il miele.

E via verso il centro storico, spesso al riparo dei portici: Padova è la città dei portici! Sembra che si sviluppino per ben 12 km (e noi ne abbiamo percorso un bel tratto…), nei diversi stili, dal romanico fino al moderno (i patavini antichi e moderni sono gente con i piedi per terra: cosa c’è di più pratico di un bel portico, per ripararsi dalla neve, dalla pioggia, dal sole?)

Fra la Piazza dei frutti e quella delle Erbe si innalza il monumentale Palazzo della Ragione, caratterizzato dal tetto a carena di nave rovesciata e dalla grande sala pensile (la più ampia del mondo): era la sede dei tribunali cittadini. Nella splendida sala (il “Salone”), decorata con ricchi affreschi a tema astrologico e religioso, è conservata la “Pietra del vituperio”; qui i debitori insolventi erano obbligati a svestirsi (restavano cioè in “braghe di tela”) e a batterci sopra, in segno appunto di vituperio, per tre volte, il fondo-schiena!!!

Sotto il Salone, lungo un porticato, vecchie botteghe, dal Medioevo ad oggi, mettono in vendita prodotti alimentari locali e del resto d’Italia, di alta e garantita qualità (ma oggi è domenica e sono chiuse; quindi qui non si può né “scoprire” né “gustare”…); in compenso possiamo ammirare il Volto della Corda (arcata della corda), dove i commercianti, scoperti a imbrogliare sulle misure, venivano colpiti sulla schiena con una corda e, sollevati per 3 – 4 metri con i polsi legati dietro alla schiena, erano poi lasciati ricadere.

L’angolo posto sotto al Volto della Corda prende il nome di Canton delle Busie (angolo delle bugie) perché vi avvenivano gli incontri tra i commercianti…

Ma Padova è anche Università. La sua, fondata nel 1222 è una delle più antiche e prestigiose; qui nel 1678, si laureò in filosofia Elena Lucrezia Cornaro Piscopia, la prima donna laureata nel mondo.

E da ultimo, dulcis in fundo, la cappella degli Scrovegni, decorata da Giotto fra il 1303 e il 1305. Sostiamo con devoto stupore, immersi in colori, immagini e forme di indescrivibile bellezza: dal passato, attraverso il ciclo pittorico che sviluppa i temi della vita di Gioachino e Anna, di Maria e di Gesù, Giotto ci conduce al presente, con le personificazioni dei vizi e delle virtù, in un cammino di libertà personale, che approderà al futuro del Giudizio Universale, raffigurato sulla controparete d’ingresso.

Sì, abbiamo “gustato” il piacere della scoperta, in questa giornata bella per il tempo (sole, con un gradevole, lieve venticello), emozionante (per le testimonianze del patrimonio artistico – religioso che abbiamo visto), piacevolissima (per il viaggio in pullman col nostro gentilissimo, esperto autista, signor Massimo); per l’esserci riscoperti scolari, autorevolmente invitati, ad ogni spostamento, a passare attraverso le “Porte Franchine”, per l’organizzazione intelligente e attenta ad ogni dettaglio del nostro “capo” Giovanni – ma questa più che una scoperta, è una conferma -, e, soprattutto, per il clima di simpatica cordialità instauratosi fra di noi.

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