Il termine Baraggia è un toponimo antico di origine celto-ligure e significa “ terreno argilloso e compatto, incolto”. Chi conosce la zona si potrebbe meravigliare,  perchè essa è da decenni conosciuta come una delle principali zone agricole del territorio albatese. Merito certamente delle famiglie baraggesi che da secoli antichi hanno popolato la cascina, dissodando il terreno attorno e rendendolo fertile e produttivo.  
In occasione della tradizionale festa di Baraggia, Agorà, incontri culturali albatesi,  ha voluto contribuire con  una ricerca  storica:  nell’impossibilità di costruire una storia continua per la scarsità di documenti (e del resto la storia di Baraggia è indissolubilmente legata a quella più ampia del territorio albatese), quanto è stato trovato ha però consentito di gettare squarci significativi sulle vicende di questa comunità.

Di essa si trovano indicazioni già dai primi anni del 1200, quando la cascina faceva parte delle proprietà del  Monastero di S. Abbondio (nel 1553 l’Abbazia di S. Abbondio possedeva in Baraggia ben 563 pertiche),  che ne assegnava gli appezzamenti in affitto a persone del luogo. Di questi contratti di affitto abbiamo alcuni registri (purtroppo molti sono andati persi) conservati nell’ Archivio di Stato di  Milano, contratti che sono utili per le informazioni sui  microtoponimi, sui nomi degli abitanti ed affittuari,  sulle condizioni di vita e anche sui prodotti dell’agricoltura.
L’affitto durava in genere nove/dieci anni e prevedeva un canone per lo più in natura (raramente erano previste anche somme di denaro), cioè in prodotti della coltivazione: cereali (frumento, e anche segale, miglio, panìco, di minor valore ma molto usati nella panificazione di allora),  fave,  vino; in qualche caso si aggiungevano anche castagne e capi di pollame. Gli affittuari dovevano consegnare anche quantità di legname in proporzione al bosco presente nel  terreno loro affidato. Nel 1591, ad esempio, tale Bernardino Rognoni di Baraggia deve consegnare come affitto:  11 moggia e 6 stai di frumento;  13 moggia di segale;  10 moggia e 4 stai di miglio; 3 moggi e 6 stai di avena;  5 stai di fave;  5 stai di panìco; 7 di rape; mille libbre di paglia e 5 paia di capponi.  Facile immaginare che essi corrispondessero ai prodotti coltivati.
Negli antichi registri sono stati trovati anche i nomi di antichi baraggesi: Zannolus de Barazia  (che avrebbe dovuto pagare  per tasse nove soldi e quattro denari)  e Tognius de Live con  i fratelli, figli  del fu Gregorio (che avrebbero dovuto pagare sei soldi); nel 1553 nell’elenco dei capifamiglia troviamo il riferimento al  molinaro del molinazo de Barazia   fogus 1 (un fuoco, cioè una famiglia). Nel 1591 sono indicati come abitanti a Baraggia: Bernardino Rognoni con il fratello e Bernardino de Live con il fratello
Un grave pericolo nel 1652
Nel 1652, durante il periodo della dominazione spagnola,   la nostra zona corse il rischio dell’infeudazione, vale  dire la vendita in feudo delle pievi di Fino, Zezio ( a cui apparteneva il nostro territorio) e Uggiate.
 Si trattava di un grosso pericolo perché significava aggiungere ai soliti gravami i balzelli del feudatario.
La città di Como riuscì a dimostrare che alcune località elencate nelle cedole di vendita  erano parte integrante della città e in quanto tali non soggette ad infeudazione, pena la compromissione dell’entità territoriale. Tra esse appaiono come componenti dei Corpi Santi: Acquanera, Albate, Bassone, BARAGGIA, Trecallo, Mugiote.
Le motivazioni più probanti di tale unità era da ravvisarsi nell’essere gli abitanti di queste località gravati dalle medesime tasse dei cittadini, in particolar modo dal pagare il sale allo stesso prezzo stabilito dai magistrati sin dal 1445, come testimoniavano gabellieri e ministri del sale.
Anche il cancelliere episcopale ed i curati testimoniarono  che le parrocchie dei Corpi Santi erano unite alla Città, dipendendo dalla Cattedrale e non dai Prevosti delle pievi.

Furono rifatte  le cedole con la definizione dell’entità dei luoghi: Albate con Trecallo e Baraggia risultava constare di 33 fuochi ( 1 fuoco una famiglia, mediamente di cinque componenti); Acquanera e Guzza di 4 fuochi, Muggiò di 3, Bassone 3.
Tutte erano fatte opportunamente rientrare nei Corpi Santi e pertanto libere da infeudazione.
Possiamo immaginare  il sospiro di sollievo delle nostre popolazioni!!
Interesse grande ha suscitato nei frequentanti la festa la grande carta del 1722 (il cosiddetto catasto teresiano) che ha consentito di conoscere visivamente il territorio di allora: nessun altra abitazione se non la corte di Baraggia, che aveva allora una conformazione diversa da quella attuale.
Altre notizie interessanti sono state scoperte ( ad esempio gli antichi microtoponimi del luogo e quelli usati nei più vicini secoli dell’ Otto-Novecento), ma di questi Agorà darà conto in un incontro il 10 ottobre, nella serata di presentazione delle conclusioni del progetto “Carte di identità”.
Quest’anno, dunque, la festa si è arricchita di un nuovo stimolante versante sul fronte della ricerca della propria identità: gli organizzatori hanno aggiunto schede sui lavori agricoli e una piccola rassegna di interessanti strumenti legati al mondo contadino.
Del resto il titolo di tutta la manifestazione invitava proprio a riflettere sul valore non solo “fisico” della corte di Baraggia, ma sulle stimolanti relazioni di collaborazione e di amicizia  che i suoi abitanti hanno sempre dimostrato.
Come anche domenica 8 settembre, quando affiatatissimi ed operosi, hanno dato una straordinaria dimostrazione di organizzazione: una squadra intelligente ed efficace per rendere sempre più gradevole il passaggio dei tantissimi visitatori della corte.

f.a.

Post Navigation